Gino Cocchi

Gino Cocchi, grande appassionato di musica, imprenditore, presidente di Ct Pack, è il presidente dell’associazione «Amici del Comunale» che da anni sostiene il teatro. Ci sono diversi livelli di adesione alla associazione, con diverse quote, si parte dai 250 euro l’anno, in cambio diversi vantaggi. L’associazione, spiega, contribuisce su iniziative o esigenze specifiche.

 

Come può il Comunale far fronte al taglio di 900mila euro della quota del Fus? Il sovrintendente Fulvio Macciardi, tra le altre ipotesi, in un’intervista al nostro giornale ha ribadito la necessità di coinvolgere di più i privati. Al momento, tra i sostenitori della nostra principale industria culturale, oltre alle due fondazioni bancarie della città, al gruppo Hera e Ima, spiccano Alfasigma e Lamborghini. Evidentemente questi sostegni non sono sufficienti. C’è poi l’Associazione Amici del teatro Comunale, che riunisce molti bei nomi dell’imprenditoria e della società civile bolognese. Abbiamo intervistato il suo presidente, Gino Cocchi, grande appassionato di musica, presidente di Ct Pack, mentre, nella sua veste di imprenditore, stava per prendere un aereo per Chicago.

Dottor Cocchi, come può il nostro teatro coinvolgere maggiormente le imprese?

«È un tema su cui si è molto ragionato e si sono anche sviluppate iniziative. È un passaggio sempre più importante, perché il contributo dello Stato è soggetto a oscillazioni imprevedibili. Bisognerebbe dare maggiore equilibrio a un ente che sta organizzando stagioni molto belle».

Voi, Amici del teatro, come vi siete impegnati?

«Noi ci consideriamo un ponte tra il Comunale e la città, in varie direzioni. Non basta trovare denaro: bisogna creare attenzione sull’attività, intrecciare rapporti, coinvolgere. Noi contribuiamo su iniziative o esigenze specifiche. Per esempio abbiamo aiutato a cambiare i timpani dell’orchestra. Nel management molte cose stanno migliorando, ma è necessario fare molto ancora».

Macciardi ha parlato della necessità di un’azione verso il ceto produttivo, offrendo a rappresentanti delle imprese i due posti riservati ai privati del Consiglio d’indirizzo. Cosa vuol dire?

«Chi è nel consiglio d’indirizzo può contribuire alla definizione dell’attività del teatro, dando idee, sostenendo proprie linee di azione».

Ed è realizzabile questo appello alle imprese perché ricoprano i posti vacanti?

«Ci si è già provato, senza risultati. Perché per entrare si richiedono contributi in danaro importanti, centinaia di migliaia di euro. E ciò va calato nella nostra realtà territoriale, che non è quella della ricca industria lombarda che sostiene la Scala. Ci sono situazioni produttive di rilievo, ma non delle dimensioni di quelle che troviamo a Milano».

Queste quote sarebbero detraibili fiscalmente?

«Sì, sono previste detrazioni importanti. Su questo si è cercato di incentrare la comunicazione. Vediamo cosa accadrà con la nuova situazione del recente decurtamento del Fus. Devo aggiungere però una cosa: devono dare un contributo al rinnovamento anche i media, con un’attenzione sempre maggiore, facendo capire che siamo davanti a un patrimonio che non possiamo disperdere».

La vostra associazione raccoglie molti bei nomi bolognesi, a partire dai Maccaferri. Come ci si può associare e quanto costa?

«Ci sono diversi livelli di adesione con differenti quote. Si parte dai 250 euro all’anno, una cifra non impossibile, che dà in cambio vari vantaggi».

  • “Quello dell’ingresso dei privati è un tema su cui si è molto ragionato e si sono anche sviluppate iniziative. Ed è sempre più importante, perché il contributo dello Stato è soggetto a oscillazioni imprevedibili”.

 

  • “Noi ci consideriamo un ponte fra la città e il teatro in varie direzioni. Non basta trovare denaro bisogna sapere alzare l’attenzione. Nel management molto sta migliorando ma non basta”.